Anno Domini 1721.

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Anno Domini 1721.

Messaggio  Fernando il Dom Nov 15, 2009 9:56 pm

Trascrivo un documento, conservato nell'archivio della Basilica di Santa Maria ad Nives di Copertino, riguardante una particolare controversia sulle ridecime insorta tra clero e feudatario agli inizi del XVII secolo:
""IL GOVERNATORE ZURLO"
"Il signor Donato Maria Capece Zurlo unico ed ultimo della sua nobilissima famiglia, cittadino fra' l'ceto de' nobili nella Terra di Cupertino, per il suo gran talento e sapere fu destinato dal Signor Oronzo Pinelli, Duca dell'Acerenza, Conte di Cupertino, ad Aggente Generale con l'Alter Ego in detta Terra di Cupertino, colle tre altre annesse di Galatone, Leverano e Veglie acciò colla sua sperimentata autorità riducesse a buon fine i molti e considerabili interessi che avea particolarmente e universalmente nelle sue terre e vassalli.
E già per lo passaggio di anni tre governò talmente lo stato, che fè restare ben servito il Duca Padrone, e ben soddisfatti i vassalli. Non praticò mai, in quel tempo, quell'autorità che avea, ma trattando con dolcezza qualunque siasi stato arduo reggio si avea riconcigliato l'animo di tutti.
Nel fine del trienni fu costretto il Duca d'Acerenza andare in Vienna ivi chiamato da quella corte, ove, dopo aver ricevuto onorevoli cariche, e gloriosamente esercitatele, finì i suoi giorni con sommo dispiacimento de' suoi parenti, amici e vassalli.
Successe alla sua eredità ed in conseguenza al dominio de' suoi stati la signora don Anna Pinelli sua unica figlia e moglie del non mai abbastanza lodato Sig. Antonio Pignatelli Marchese di San Vincenzo, e vedendosi la medesima ben servita dal Sig: Zurlo, non solo lo confirmò nell'ufficio che avea, m'altresì con nuova patente gli conferì maggiore autorità, costituendo non solo Aggente Generale con l'Alter Ego ne' soli interessi; ma ancora superiore a tutti gli altri ministri dello stato colla facoltà di confirmarli o mutarli a suo bene placito.
Insomma gli diede tutto quanto poteva dargli per lo economico e pel politico, niente persè riserbandosi se non l'essere aggiornata di quanto avrebbe fatto.
Or gonfio il sig. Zurlo con tale autorità incominciò a poco a poco ad uscir fuori dlla sua sfera, tanto più che partendosi da Napoli per Vienna detto sig. Marchese colla signora moglie, restò egli assoluto, dispotico padrone nel governo dello stato non con altra soggezione se non quella di aggiornare degl'interessi del medesimo il sig. don Giovanni Portal, spagnolo, lasciato in Napoli dal sig. Marchese per Aggente Generale in tutti i suoi stati, il quale, per essere ancora mercenario, e non assoluito del padrone, riuscì facile al sig. Zurlo l'accattivarselo e renderselo benevolo con quei mezzi con cui soglionsi plagare, sdegnati che fossero, gli uomini e gli Dei.
Costituito dunque un tal dispotico dominio senza veruna soggezione ebbe aperto campo di far conoscere il suo talento, e di sfogare qualche passioncina, che da gran tempo l'avea tenuto in tortura.

LA QUESTIONE

La questione sorse perchè il Procuratore della Chiesa compra ogni anno quantità di candele che dopo aver benedette il signor Arciprete nel giorno della Purificazione di M.V. le dispensa al Capitolo, clero e popolo come suole in detta occasione onorare il Governatore di detta Terra e signor Sindaco con una torcia per catauno anche bendetta.
Pretese il signor Zurlo a lui solo più d'ogni altro dovessergli detta torcia, come Aggente Generale dello stato, e come vice gerente del sig. Marchese.
Ne fece le doglianze col Procuratore accompagnatecon minacce di farne pentire il Capitolo per la disattenzione usatagli in cose di bagattella.
Il Procuratore avendone avuta l'istruzione dal sig. Arciprete Pietro Antonio Montefuscoli, e da quasi tutti i Canonici, rispose a detto sig. Zurlo che come a buon gentiluomo ch'egli era, buon patrigno e discendente dei Zurlo benefattori della Chiesa, gli porterebbe in casa la divozione della candela benedetta, ma come Aggente dello stato non voleva pregiudicarsi di dargliela e tanto meno ora che sta in pretenzione d'averla.
Per tale risposta, vieppiù inasprito il suo animo contro il Capitolo, a Monsignor <illustrissimo Antonio Sanfelice, Vescovo di Nardò, ne portò premurose doglianze, dal quale conosciute vane le pretenzioni per non averla avuta (la candela) nè pretesa mai i suoi antecessori gli fè sapere che fosse più ragionevole nel chiedere se volea avessero effetto le sue richieste.
Ora essendosi in ciò rimasto di botto vedendosi preclusa ogni altra strada incominciò a sfogar il suo malanimo che già s'era inasprito contro il Capitolo.
Richiese intanto al sig. Arciprete copia autentica del nobilisssimo privilegio che ha il Capitolo di decimare le decime che raccoglie il sig. Barone di Cupertino, di tutte le vettovaglie, come di orgio, avena, dolica, lente, fave e zafferana dicendo tener ordine del sig. Marchese di far platea dello stato ad in quella denotare gli jussi che ha e i pesi che porta, onde, diceva, che con ciò pensava di fare un grande servigio alla Chiesa, confirmandole quello jus che avea.
Ma tali proposizioni non furono credute informate di zelo, ma più tosto impostate di veleno, gli negò la copia e gli disse che il Capitolo non può cacciare dal suo archivio nè scritture nè copie di quelle se non in caso di sua difesa e vi fu persona che disse che se volea copia semplice per registrarla alla platea che dicea aver da fare, gli darìa volentieri, ma non legalizzata, e ciò gli disse con bell'arte per vedere se quello veramente era il fine, o altro che teneva in mente, e già con la risposta di non volerla in tal maniera vieppiù diede di che sospettare.""

seguirà con "LA VENDETTA DI ZURLO"

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Re: Anno Domini 1721.

Messaggio  Ospite il Lun Nov 16, 2009 5:44 am

Grazie Fernando!!!!
Un bel documento davvero a testimonianza di come allora andassero le cose....
Invita a riflettere!!!!!

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Re: Anno Domini 1721.

Messaggio  Vincenzo D'Aurelio il Lun Nov 16, 2009 8:26 am

Quando si dice che il potere "logora" e se ne fa poi "abuso".
Guardiamo alla storia per raddrizzare questo nostro presente. Grazie Fernando! cheers

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Anno Domini 1723

Messaggio  Fernando il Lun Nov 16, 2009 9:18 am

LA VENDETTA DI ZURLO

"Siasi ciò che siasi certo si è che a 15 ore e mezzo, giorno di giovedì 8 luglio 1723 uscì di casa (Zurlo) accompagnato dal sig. Francesco Antonio Pappi, attual credenziere, e il sig. Gerardo Sopi olim razionale dell'Ecc.mo Padrone, e servito da Angelo Criscuolo, uno degli armigeri et tecto tramite si portò in castello dove stava il magazzino delle decime.
Cagionò a tutti gran meraviglia vederlo camminare a quell'ora senza temere i rigori del caldo che in quel giorno era eccessivo, ma per essere giornata di posta si attribuì a qualche premuroso affare da sbrigarsi col sig. Francesco Antonio Benvenuti, attual razionale della casa, che risiedeva nel castello, dove egli giunto entrò nel magazzino ove si conservavano le decime che stavano già raccogliendo nella imminente scogna alla di cui custodia assisteva per parte del Marchese, Domenico Lezzi, uomo di sperimentata puntualità e prudenza, con catenaccio e chiave; e per parte del Capitolo
il Can. don Benedetto Melendugno, anche con chiavistello e chiave.
Ambedue notavano, con libro a parte, tutte le decime che entravano in magazzino, come era stato solito farsi negli anni addietro eccedenti la memoria degli uomini e dopo aver osservato la qualità delle decime raccolte, nell'uscire, vedendo nella porta due chiavistelli, domandò con ammirazione Domenico Lezzi di chi fosse quell'altro; e dicendogli quello essere del Capitolo, ch'é stato solito tenerlo, si lanciò detto Zurlo alla porta, prese in mano il catenaccio ed eruttù in tali parole:
- Dunque il Capitolo ha tanta temerarità che ardisce metter chiave nel magazziono del sig. Marchese? -
Richiamato con ciò il sig. Domenico Melendugno, ivi presente, gli rispose con zelo ed ossequio:
- Questa é giustizia non temerarità come tu dici, del mio Capitolo, che avendo in tal magazzino l'interesse della ridecima vuol custodirsela come ha fatto e farà sempre. -
Ciò dicendo tentò di levargli dalle mani il chiavistello e gli sarebbe di già riuscito se il sig. Zurlo non avesse chiamato in sua difesa l'armigero, che a tal fine aveva ivi portato.
Nel mentre dall'uno e dagli altri, si contrastava di avere in mano il chiavistello occorse in difesa del Can. Melendugno il sig. Francesco Antonio Laghezza quanto alto e nerboruto, altre e tanto fervoroso e zelante.
Attruovossi egli colà quel giorno per casualità, e sentendo i clamori del Melendugno stimò compiere le sue parti col prestargli aiuto, e molto più quando accostatosi più d'appresso vide che il contrasto era per il jus del Capitolo:
Incoraggiato il Melendugno del sopraggiuntogli soccorso, ed inasprito l'armigero, per l'aver in mano il chiavistello, si aler ava con tutta forza ed ingegno. Prevedendo Domenico Laghezza che con lungo contrasto ne avrebbe avuto sempre la peggio, stimò ottimo partito uscir del castello e chiamar altri preti in difesa, come già fece, lasciando solo al contrasto don Melendugno speranzandolo di ritornar fra breve con maggior aiuto e incoraggiandolo a non perdersi d'animo.
Ma violentato dall'armigero e percosso da Zurlo nelle mani e nel petto col bastone che portava, gli fu duopo cedere, tanto più che intese ordinarsi da Zurlo all'armigero che se non cedeva lo ammazzasse"".

segue con: I PRETI ALLA RISCOSSA

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Anno Domini 1723

Messaggio  Fernando il Lun Nov 16, 2009 9:37 pm

I PRETI ALLA RISCOSSA

""Or nel mentre il povero Melendugno si attrovava in tal pericolo, Domenico Laghezza di tutta fretta andò in casa dell'Arciprete, rappresentò brevemente il fatto e lo animò alla difesa.
Non fu questi trascurato all'invito, ma lasciando da pranzare uscì con furia da casa e s'incamminò verso il castello.
Per istrada s'incontrò col Primicerio don Francesco Guida che vedendolo così furioso, informato del tutto, stimò fargli un gran servigio ed evitare altri più notabili inconvenienti col trattenerlo.
Lo trattenne dunque buona pezza persuadendolo a non lasciarsi trasportare da' primi moti, nè dalla suggestione degli altri, che in loro presenza gli venivan fatte, rappresentandogli che nel castello vi era gente colle armi in mano e che stavano colla prevenzione di quel che facevano, ricordfandogli che lui era poco ben visto da Zurlo e che gli costava poco in simil zuffa, con un semplice segno, farlo morire.
Si lasciò alquanto persuadere, ed ordinò si sonasse capitolo per radunare i preti al quid agendum.
Or mentre ciò si discorreva, avani il castello incalzavano vieppiù le grida di don Melendugno e del Zurlo. Questi lo tacciava di arrogante e di temerario, quegli di poco rispettoso della Chiesa ed a' suoi ministri, di mal cristiano, mal galantuomo e mal patrizio.
A tali strepitose voci non poté contenersi l'arciprete: entrò con furia nel castello e procurò estirpar dalle mani dell'armigero il chiavistello. Questi, impugnato uno stile minacciò di morte e a lui e a don Melendugno se si accostavano sopra.
Vedendo tutto ciò il sig. Lezzi, pigliò da mano dell'armigero il chiavistello dicendo tenerlo lui senza pregiudicar nè all'uno, nè all'altro.
Presso il sig. Arciprete entrò nel castello il Primicerio il quale per ismorzare il già acceso fuoco tirò da parte il sig. Zurlo, gli rimproverò l'attentato come disdevole all'esser suo per tutti i versi e per tutti i riguardi e con ciò trattenevalo a non dare ordini.
Sonando intanto la campana col segno solito di radunarsi i preti, accorrevano questi in Chiesa, mossi principalmente dalla curiosità per esser ora incompatta ed essendosi sparsa la voce esser stato ammazato il sig. Arciprete in castello e ferito il Melendugno per la difesa del loro jus nel magazzino. Vi accorsero questi con tutta celerità, tanto più che le signorine sorelle dell'Arciprete con urli e strida, piangevano già morto il loro fratello e nell'entrar che acevano i preti nel castello incontrandosi con Zurlo lo caricavano d'improperi, gli presagivano casstighi dal cielo e perdita dell'Uffizio.
Il sig. Arciprete incoraggiato dall'assistenza de' suoi zelanti canonici ed altri del clero dimostrava l'avvampante suo zelo contro del Zurlo che, vedendosi oppresso dalla moltitudine, dide non che segreto ordine a' quattro suoi armigeri, e fra poco si videro questi con schioppi arrotati in faccia voler entrare nel castello per esser ministri esecutori degli ordini non men violenti che sacrileghi.
Non si sgomentarono però i valenti preti, ma vieppiù incoraggiandosi serrarono la porta del castello.
Correndo sopra il più d'appresso il Can. don Gioacchino Verdesca, afferò lo schioppo e l'avrebbe con violenza levato se non vi fosse accorso il sig. Pappi, credenziero, che ordinò agli armigeri che si ritirassero, come già fecero.
Il Procuratore, intanto, a vista del sig. Zurlo medesimo appese alla porta altro catenaccio dicendogli ognuno:
- Or va nuovamente a levarlo, se ti dà l'animo.
Confuso, intanto, e avvilito il detto sig. Zurlo stimò ottimo consiglio uscirne del castello vedendo tutti i preti già dispostissimi ad aspargere il sangue per la loro Chiesa. E per tutto quel giorno assisterono alla custodia del magazzino per evitarne attentato"".

La questione finì, dopo che il Vescovo di Nardò, i parenti di Zurlo specialmente la moglie e la cognata, gli amici tutti avevano tentato invano un accomodamento, in Tribunale.
Vinsero i preti perchè seppero dimostrare con documenti e testimonianze che la "ridecima" competeva loro per antico diritto e decreto reale.

Così litigavano nobili e preti in Copertino nell'Anno del Signore 1723!

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