Quando gli argomenti non sono peregrini

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Briganti?

Messaggio  Carlo Maci il Gio Nov 26, 2009 11:19 am

CIAO A TUTTI

Contro i Briganti, il nuovo Regno d’Italia schierò ben 211.500 soldati e inviò i suoi ufficiali di maggior rilievo.
Risultato: quasi un milione di morti, 54 paesi distrutti, stupri e violenze inaudite, processi e fucilazioni sommarie. Da un diario di un ufficiale sabaudo:
Entrammo in un paese e subito incominciammo a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitavano>. Pontelandolfo paese del beneventano fu letteralmente raso al suolo.
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Quattro partigiani patrioti del Sud catturati dall'esercito nord-piemontese e da mercenari locali. I quattro, nonostante le apparenze sono tutti morti, sono tenuti dritti dalle braccia assassine dei loro carnefici.

Anche la storiografia corrente ha riconosciuto che la repressione contro il Brigantaggio ha fatto più vittime di tutte le altre guerre risorgimentali messe insieme. Ma c'è di più, purtroppo, ... campi di concentramento il più temibile quello di Fenestrelle fortezza situata a quasi duemila metri di altezza, sulle montagne piemontesi, sulla sinistra del Chisone, faceva tanto spavento come la relegazione in Siberia. Ufficiali, sottufficiali e soldati (tutti quei militari borbonici che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell'esercito sabaudo, tutti quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II, quelli che giurarono aperta resistenza ai piemontesi) subirono il trattamento più feroce. La liberazione avveniva solo con la morte ed i corpi (non erano ancora in uso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all'ingresso del Forte.Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti. Ancora oggi, entrando a Fenestrelle, su un muro è ancora visibile l'iscrizione: "Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce". (ricorda molto la scritta dei lager nazisti).
Già nel 1862, nel mese di ottobre, essendosi fatta insostenibile la sistemazione dei prigionieri di guerra e dei detenuti politici, con la deportazione degli abitanti d'interi paesi, con le "galere" piene fino all'inverosimile, il governo piemontese diede incarico al suo ambasciatore a Lisbona di sondare la disponibilità del governo portoghese a cedere un'isola disabitata dell'Oceano Atlantico, al fine di relegarvi l'ingombrante massa di molte migliaia di persone da eliminare definitivamente. Il tentativo diplomatico, tuttavia, non ebbe successo, ma la notizia riportata il 31 ottobre dalla stampa francese suscitò una grande ripugnanza nell'opinione pubblica.
L'aspetto più indecente di questa porzione di storia è che sullo sfondo c'è una storia di debiti di guerra (Cavour ne fece tre in dieci anni!) a cui si sommavano anche quelli per comprare quei cannoni a canna rigata che permisero la vittoria sull'esercito borbonico. Il piemonte era indebitato con Francia e Inghilterra ed il regno borbonico rappresentava una vera e propria miniera d'oro per la borghesia espansionistica piemontese e per gli affaristi internazionali. Le riserve auree del Regno delle Due Sicilie, (500 milioni contro i 100 dei piemontesi) avrebbero permesso di stampare carta moneta per circa tre miliardi; una vera e propria manna se a ciò si aggiunge: le nuove tasse imposte ai 9 milioni di abitanti, i risparmi, le terre ed i beni sottratti alle autorità ecclesiali destinati allo sviluppo dell'agricoltura padana. Tutto in nome dell'unità d'Italia.
Il Sud fu depredato e soggetto ad una dura imposizione fiscale "Nel Regno delle Due Sicilie la tassazione era, nel 1859, di 14 franchi a testa. Nel 1866, sotto il nuovo regime, le tasse erano salite fino a 28 franchi a testa, il doppio di quanto pagava l’oppresso popolo napoletano prima che Garibaldi venisse a liberarlo".

La stampa europea definiva il sud borbonico arretrato ed inefficiente, termine ancora oggi in uso per indicare qualcosa che non funziona, ma come giustificare il proliferare di attività industriali? Come mai molte fabbriche vennero smantellate, come il famosissimo complesso di S. Leucio, i cui telai furono portati qualche anno dopo a Valdagno, dove fu creata la prima fabbrica tessile nel Veneto e le ferriere di Mongiana, i cui macchinari furono trasferiti in Lombardia.

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Ultima modifica di Carlo Maci il Lun Nov 30, 2009 7:22 am, modificato 1 volta
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Una leggenda tutta d'oro

Messaggio  Carlo Maci il Gio Nov 26, 2009 12:42 pm

di Marianna De Padova - 07/04/2001

Una leggenda tutta d'oro
Si racconta che, molto tempo fa, alla fine del ‘700, nelle campagne tra il tarantino ed il brindisino, imperversassero il brigante Pizzicchicchio e la sua banda. Come tutti i briganti, anche loro avevano l’uso di approfittare delle Masserie, sfruttandole per riposarsi e rifocillarsi. Così, tra razzie, rapine e soprusi, era ovvio che non fossero ben visti. Nello stesso periodo esisteva una Masseria chiamata “La Petrosa” , di proprietà di un tal Martino Savino.

La masseria aveva questo nome proprio per il territorio sassoso su cui sorgeva, al confine tra la provincia di Taranto e Brindisi, a pochi chilometri dal paese di S.Marzano di S. Giuseppe. Il proprietario era famoso per la sua onestà ma, sopratutto, per il carattere mite; sicchè, quando giungeva nella sua proprietà il brigante Pizzicchicchio, egli non protestava, non per vigliaccheria, ma per quieto vivere: sapeva fin troppo bene che il brigante era potente, e mettersi contro di lui avrebbe portato grossi guai. Ed in fondo aveva la possibilità economica di offrire qualche pasto caldo, senza troppo perderne. Questo suo atteggiamento suscitò nel brigante un sentimento di simpatia e fiducia.

Ma non può dire sempre bene a un fuorilegge e infatti, dopo anni di brigantaggio, la Guardia Reggia era ormai prossima ad acciuffare il bandito, che già aveva perso molti dei suoi uomini. Così, sentendosi alla fine, una sera ad ora tarda, Pizzicchicchio si presentò alla Petrosa, con un uomo della sua banda, chiedendo di “Tatàttino”, come era chiamato in famiglia e dagli amici Martino.

Il brigante appariva stanco, provato dal continuo nascondersi. Portava con sé una cassa, nascosta sotto il mantello. Si misero seduti al tavolo, illuminati dal lume. Martino era preoccupato, ma più incuriosito, dalla visita che si era presentata diversa dal solito: sapeva, infatti, che ormai era questione di giorni per l’arresto del bandito.

Pizzicchicchio mise sul tavolo la cassa e l’aprì: era piena di oggetti d’ oro, indubbiamente una parte della refurtiva accumulata in anni di rapine. “Tatàttì, sono alla fine, non posso più nascondermi. Non so che ne sarà di me, possono anche ammazzarmi. Quest’oro però, non devono prenderlo loro. Lo lascio in consegna a te. Se mai uscirò dalle galere, me lo ridarai, altrimenti, è tuo”.

Martino dopo un attimo di smarrimento si alzò, mise una mano nella cassa, si fece passare tra le dite gli oggetti preziosi , le monete, i gioielli: pensò. Ad un tratto guardò quell’uomo ormai finito e disse “No”. Al che il compare di Pizzicchicchio estrasse la spada e lo minacciò seriamente di ammazzarlo se non avesse fatto come gli era stato detto, ma il brigante aveva sempre più stima di quest’uomo, che ora dimostrava anche notevole coraggio. Mise una mano sul braccio del compare, e gli ordinò di riporre l’arma, dicendo che Martino si era sempre comportato con sincerità, ed era uomo troppo onesto per accettare una simile proposta, ma se gliel’aveva fatta era stato solo per riconoscenza, sperando di fargli cosa gradita, anche se sapeva che la sua onestà era tale, da non permettergli di accettare una cosa simile.

Si ritrovarono fuori, in silenzio: i due uomini braccati si allontanavano nella notte. Martino sulla porta li guardava scomparire, ma ad un tratto gli urlò “Che ne farai dell’oro?”, “Lo seppellirò sotto un ulivo che conosco”. fu la risposta del brigante. Pizzicchicchio fu arrestato due giorni dopo. Non si seppe nulla riguardo la sua fine, come neanche dell’oro sepolto sotto un ulivo nella campagna tra Taranto e Brindisi. Che quindi, probabilmente è ancora lì, ad aspettare di essere ritrovato
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Re: Quando gli argomenti non sono peregrini

Messaggio  Fernando il Gio Nov 26, 2009 7:31 pm

Grazie Carlo. Bello e interessante anche questo episodio che riguarda fatti e fattacci nella nostra terra all'indomani dell'unità d'Italia. Continuiamo a scavare e a postare.

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Il Brigante Venneri di Alliste

Messaggio  Carlo Maci il Lun Nov 30, 2009 7:42 am

Quintino Ippazio Venneri nacque ad Alliste il 20 ottobre 1836 da Leonardo e da Raffaela Manni. Dopo aver trascorso un anno in carcere nel 1861, per comportamento oltremodo ambiguo nei riguardi del nuovo regime, tornò in paese solo per pochi giorni, per poi “sparire” diventando un “Brigante” nell’Ottobre del 1862.
La banda del Venneri, era composta da circa venticinque Briganti, tra i quali: Vincenzo Barbaro di Villapicciotti (Alezio) detto Pipirussu, da Borsonofrio Cantoro di Melissano, Ippazio Ferrari di Casarano e Ippazio Gianfreda di Alezio detto Pecoraru o Panararu.
Venneri compì diverse azioni delittuose, la più grave delle quali fu senz'altro quella nei confronti di don Marino Manco di Melissano:
L’azione delittuosa viene descritta da Stefano Cortese:
Don Marino Manco era un prete coinvolto nella politica filo-sabauda contro i moti filo-Borbonici, che allora nell'intero meridione pullulavano a causa delle mancate promesse (anzi con l'aumento delle tasse, legge elettorale a suffragio ristretto...). Verso l'una di notte del 25 giugno 1863 la banda capeggiata da Quintino Venneri di Alliste e da Barsanofrio Cantoro di Melissano, entrata nel paese si divise in due gruppi. Alle due i briganti bussarono a casa di don Marino, dicendo di dover consegnare un plico urgente da parte del Sottogovernatore di Gallipoli. Il sacerdote, insospettitosi per l'insolita ora, non voleva aprire, ma vi fu costretto perchè i briganti minacciavano di sfondare la porta. Appena entrati chiesero al sacerdote mille ducati e, non avendoli ottenuti, incominciarono a "riprender il Manco che tutto dava ai Carabinieri e nulla ad essi". Passarono quindi a rovistare la casa e s'impadronirono di 170 monete da dodici carlini, di due fucili "alla fulminante", di due orologi "d'argento a cilindro uno, alla guerrigliera l'altro", di tredici camicie, di dieci fazzoletti da donna, di tre rotoli di polvere da sparo e di alcune forchette e cucchiai di ferro stagnato. Non contenti, costrinsero la perpetua e lo stesso don Marino a procurarsi altre duecento piastre, andandole a chiedere a casa di diversi conoscenti. Dopo che ebbero controllato il denaro, i banditi si recarono in piazza. Qui distrussero gli stemmi dei Savoia, che sormontavano la porta del corpo delle guardie e quelle delle gabelle, e poi si allontanarono da Melissano. Il giorno successivo don Marino Manco denunciò l'accaduto alla Giustizia Mandamentale di Casarano, dichiarando d'aver riconosciuto tra i malfattori il compaesano Barsanofrio Cantoro. Le prime indagini risultarono infruttuose e solo dopo un mese, nella notte tra il 23 e 24 luglio, una compagnia della guardia nazionale riuscì a rintracciare nel territorio di Racale la banda del Venneri che, dopo uno scontro a fuoco, si diede alla fuga. Il delegato mandamentale di P.S. di Ruffano e Ugento, che guidava la colonna mobile, il mattino seguente si recò ad Alliste e perquisì l'abitazione dei familiari del Venneri, sequestrando una borsa contenente quaranta monete da dodici carlini di nuovo conio e due di vecchio. Il delegato arrestò il fratello del Venneri, Giuseppe, sospettando che quel denaro fosse la somma rubata al Manco. Nell'interrogatorio del 27 luglio nessuno andò contro il parere di Giuseppe Venneri che sosteneva che era il frutto della vendita dell'orzo, dell'avena e della paglia; neanche le persone che avevano prestato i soldi a don Marino riconobbero come proprie le monete sequestrate in casa del Venneri e solo il sacerdote dichiarò di riconoscerne alcune. Nonostante ciò Giuseppe fu trasferito dal carcere di Ugento a quello di Lecce e il fratello proclamava vendetta: la banda uscì dalla capanna con il proposito della rivolta ad Alliste contro la forza pubblica, ma si recarono a Melissano. Alcuni testimoni videro sette uomini camminare svelti e minacciosi ed alle due e un quarto di pomeriggio udirono l'esplosione di due colpi d'arma da fuoco. Otto giorni dopo fu lo stesso Quintino Venneri a riferire a Marino Cantoro: "l'Ippazio Ferrari essere stato il primo a sparare colpendo nel petto don Marino, ed egli nel veder che non era morto gli assettò un'altro colpo di fucile in faccia, per effetto del quale cadde a terra freddato. Fu quindi spogliato e sgozzato con la punta della baionetta" sostiene lo Scozzi, ma a quest'oltraggioso particolare non si fa alcun cenno nel referto dell'autopsia del cadavere.
tratto da: [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]

La piaga del brigantaggio non era stata ancora estirpata nel 1865, ma stava cambiando i propri connotati: non era più un fenomeno politico (espressione del malcontento delle popolazioni meridionali verso l'unità d'Italia) ma stava diventando un fenomeno sociale, alimentato dalla miseria e dalle condizioni di vita molto arretrate di certe regioni.
Il capobanda Quintino Venneri aveva la sua base nella zona di Gallipoli, un fiorente porto arroccato su una lunga penisola non lontano dalla città pugliese di Lecce. Il bandito scorrazzava nel Salento tra uliveti e ricche masserie esibendo un moderno e lucente fucile, preda di guerra strappata al carabiniere Giovanni Barberis, ucciso in un agguato. Per lui era come il kalashnikov nelle mani di un guerrigliero afghano, anche se non gli avrebbe portato fortuna.
L'Arma, tenace nella sua lotta ai criminali, aveva assegnato a due sottufficiali, il brigadiere Elia Venturini e il vicebrigadiere Santo Taddeucci, la missione di prendere il brigante vivo o morto. I due avevano avviato un lavoro paziente per raccogliere tutte le informazioni necessarie.
Giorno dopo giorno avevano scrupolosamente messo insieme le tessere per comporre un'invisibile ragnatela di fatti, date, persone. Il lavoro di un anno. Venneri aveva scelto come santuario una zona boscosa e piena di anfratti nei monti di Supersano. Fu messo insieme un nucleo di nove carabinieri ed alcune guardie nazionali in gamba e ci si mise in moto per sferrare l'attacco decisivo. Quasi tutte le marce di avvicinamento all'obiettivo avvenivano di notte per evitare qualunque contatto con possibili informatori del brigante.
Alla fine i soldati si trovarono di fronte a un labirinto di grotte. Non c'era altro da fare che ispezionarle una per una. Insospettito dai movimenti, Venneri si rese conto di quel che stava accadendo e sbucò all'improvviso da una grotta per buttarsi nella boscaglia.
"In nome della legge, arrenditi!", un colpo di fucile ed il sibilo di una pallottola furono la risposta del bandito. Il brigadiere Taddeucci replicò immediatamente al fuoco, tirando d'istinto: Venneri fu colpito a morte, al primo colpo. Nelle sue mani ancora stretto il fucile di cui andava tanto fiero. Nella grotta le forze dell'ordine scoprirono un arsenale di quattordici fucili e molte casse di munizioni.
Poi, il triste giro dei paesi vicini, perché tutti potessero vedere il cadavere e sapere che alla giustizia non si sfugge. Il brigadiere Taddeucci fu decorato con medaglia d'argento.
tratto da: [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]
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Re: Quando gli argomenti non sono peregrini

Messaggio  Stefano il Lun Nov 30, 2009 1:01 pm

Stefano Cortese sarei io Very Happy Esiste anche una monografia sulla figura di don Marino Manco dal titolo "Marino, sacerdote di Melissano, nella testimonianza dei suoi contemporanei", ed. Movimento Nonviolento. Quello che ho riportato nel sito è un sunto tra le pubblicazioni del compianto Quintino Scozzi e dei carissimi amici Fernando Scozzi e Antonio Pizzurro.
Il link [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link] purtroppo dallo scorso ottobre non esiste più, in quanto non era aggiornato da diversi anni
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Re: Quando gli argomenti non sono peregrini

Messaggio  Ospite il Lun Nov 30, 2009 1:39 pm

Stefano ha scritto:Stefano Cortese sarei io Very Happy Esiste anche una monografia sulla figura di don Marino Manco dal titolo "Marino, sacerdote di Melissano, nella testimonianza dei suoi contemporanei", ed. Movimento Nonviolento. Quello che ho riportato nel sito è un sunto tra le pubblicazioni del compianto Quintino Scozzi e dei carissimi amici Fernando Scozzi e Antonio Pizzurro.
Il link http://www.geocities.com/adesold/melissano/Donmarino1.htm purtroppo dallo scorso ottobre non esiste più, in quanto non era aggiornato da diversi anni

dato l'nteresse sull'argomento e visto che non esiste più il sito, che ne pensi di inserire parte di quel materialein questo nostro forum? Potresti anche chiederlo a Fernando Scozzi

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Re: Quando gli argomenti non sono peregrini

Messaggio  eracleion il Lun Nov 30, 2009 10:46 pm

il fratello di quintino venneri,giuseppe, fu lasciato morire in carcere da innocente in quanto le monete trovate a casa sua erano la paga per il lavoro svolto in basilicata per la raccolta del grano(una volta si diceva che era stato "allu messi").un'altra vittima dei piamontesi.a me risulta che il venneri mori' in una masseria a poggiardo e non a supersano.
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Re: Quando gli argomenti non sono peregrini

Messaggio  Stefano il Ven Dic 04, 2009 1:00 pm

Grazie dell'assist, Marcello. Preferirei pubblicare il contenuto del volantino che come Pro Loco organizzamo in occasione del convegno del 13 ottobre 2006. Prima parte:

Terra d’Otranto, da regione periferica qual’è, visse solo di riflesso le vicende dell’unificazione nazionale, ma i problemi di quel difficile periodo (fra i quali il brigantaggio) non mancarono di interessare anche il Capo di Leuca dove Quintino Venneri, detto “Melchiorre”, costituì una banda brigantesca della quale fecero parte, tra gli altri, Barsanofrio Cantoro, di Melissano, Ippazio Ferrari, di Casarano, Vincenzo Barbaro, di Alliste e Ippazio Gianfreda (alias “Pecoraro”) di Casarano.

Una delle prime vittime di questa banda fu il prete melissanese don Marino Manco, già conciliatore della Frazione e “nemico” dei briganti sia per la sua adesione allo Stato unitario che per vecchi rancori con il Cantoro. Questi, infatti, confessò in tribunale: “ce l’avevo con lui da tanto tempo perché prima di andare per soldato, amoreggiavo con una giovane di Melissano ed in cena don Marino, vedendomi ricevuto in quella casa, mi discacciò”.

Per Barsanofrio fu facile convincere gli altri briganti dell’opportunità di colpire quel prete che, spesso, ospitava nella sua casa i Carabinieri di Gallipoli, i rappresentanti di quello Stato nemico e sconosciuto al quale si erano ribellati. Così, verso le ore tre della notte del 24 giugno 1863, i briganti penetrarono a Melissano. Alcuni di essi presidiarono le uscite del paese, altri bussarono alla porta del Manco. “Apri, sono un messo di Gallipoli, porto un plico pressante del Sottogovernatore”, disse uno di loro con voce affettata da piemontese. Don Marino – testimoniò la domestica - ebbe qualche sospetto e non voleva aprire, ma al picchiare violento del culacchio dei fucili da far crollare la porta e alle grida “Apri carogna fottuta”, si alzò e aprì. Otto individui, vestiti alla contadina, armati di fucili, sciabole e pistole, irruppero in casa.

Di questi, alcuni più fieri portavano la benda, altri no, e tra gli stessi conobbi solamente il mio compaesano Onofrio Cantoro, essendo gli altri a me sconosciuti perché forestieri. Al primo entrare – denunciò don Marino – mi chiesero la somma di mille ducati, minacciandomi in diversi modi, dicendomi: “Assassino che


sei, ai carabinieri continuamente dai da mangiare e a noi non vuoi dare nulla? Avendo il Manco risposto loro di non avere la somma richiesta, frugarono in ogni angolo della casa e rinvennero 170 piastre, nonché due fucili alla fulminante, tre rotoli di soppressate, due orologi da tasca. Non contenti delle monete rinvenute, obbligarono don Marino a chiedere in prestito altro denaro, scortandolo a casa di un suo parente. Lo vidi in piazza, in mezzo a due briganti, scalzo, sconvolto, vestito dei soli pantaloni. “Ho bisogno di duecento piastre, voglio salva la vita”, disse il prete a Vincenzo Manco che, insieme a Pietro Paolo Corvaglia e all’arciprete, don Vito Corvaglia, raccolsero la somma richiesta. Mentre “Melchiorre” contava il denaro, Onofrio disse ad un reo compagno che voleva uccidere don Marino: “Basta! Che altro pretendi?”
Allontanandosi da Melissano, i briganti frantumarono lo stemma dei Savoia posto sul Corpo di Guardia.


Segue...
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Re: Quando gli argomenti non sono peregrini

Messaggio  Ospite il Ven Dic 04, 2009 6:21 pm

grazie Stefano!

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Re: Quando gli argomenti non sono peregrini

Messaggio  Fernando il Ven Dic 04, 2009 6:37 pm

Grazie anche da parte mia. Continua a postare perchè i documenti ... parlano. Eccome!

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Re: Quando gli argomenti non sono peregrini

Messaggio  Stefano il Mar Dic 08, 2009 1:11 pm

continua...
Ma don Marino non era persona che subiva senza reagire.
Il giorno seguente, infatti, denunciò l’accaduto alla giustizia mandamentale di Casarano producendo formale istanza di punizione del Cantoro e di tutta la compagnia da lui condotta e riservandosi di costituirsi parte civile nell’eventuale giudizio. In questo modo don Marino sottoscrisse la sua condanna a morte perché i briganti, venuti a conoscenza della denuncia, decisero di vendicarsi.
Il loro proposito divenne di pubblico dominio e lo stesso don Marino fu avvertito da alcuni conoscenti di stare in guardia perché si voleva attentare alla sua vita. Tuttavia, egli non adottò particolari precauzioni e prevedendo un altro assalto notturno, dormì nella cantina della sua abitazione. Ma la morte non arrivò di notte.


L’arresto di un fratello di Quintino Venneri, accusato di essere
in possesso del denaro rubato al prete, determinò il tragico epilogo della vicenda. La madre si precipitò presso il nascondiglio della banda per avvertire “Melchiorre” di quanto era accaduto. Questi, propose ai compagni di “sollevare” la popolazione di Alliste e affrontare la forza pubblica. Partirono immediatamente ma, per


strada, cambiarono idea. “Andiamo a saziarci di sangue! Ad uccidere Marino Manco” risposero i briganti a chi chiedeva loro la ragione del precipitoso partire. Della spedizione punitiva faceva parte anche Barsanofrio Cantoro, ma a metà strada non ebbe il coraggio di andare avanti.

Erano le ore 13 del 27 luglio, don Marino uscì dalla chiesa parrocchiale e rientrò nella sua abitazione in Via la Piazza (l’attuale Via Piazza Mercato Vecchio) perché - affermò una testimone - diceva volersi recitare l’ufficio. Verso le ore 14, nella piccola borgata immersa nella calura estiva, si sentì urlare: ”dov’è il brigante papa Marino?” Poi due colpi di fucile; il primo raggiunse don Marino sul petto, il secondo sul viso. La vittima cadde a terra in una pozza di sangue, il braccio sinistro proteso, il destro piegato sul torace. Infine le pugnalate e la fuga verso Racale. Io sono stato il boia, ho tirato il primo colpo – disse Ippazio Ferrari - Quintino Venneri, il secondo.
Il motivo per cui si volle rubare e poi ancora uccidere il mio compaesano Marino Manco è perché era un nemico. In questa frase pronunciata da Cantoro al processo, c’è il succo della tragica vicenda.

Barsanofrio Cantoro, fu catturato il 13 novembre dello stesso anno nel bosco del Belvedere, nei pressi di Tricase. Condannato a 30 anni di reclusione, morì in carcere.
Quintino Venneri, riuscì ad evadere dalla prigione e dopo numerose azioni delinquenziali fu ucciso dai carabinieri il 24 luglio 1866 dietro la cappella di Santa Celimanna, a Supersano. Il suo corpo fu esposto come monito, per tre giorni, nella piazza di Ruffano.

Fine
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Re: Quando gli argomenti non sono peregrini

Messaggio  Carlo Maci il Ven Gen 29, 2010 8:58 am

Nell’ opera …ATTRAVERSO DIECI SECOLI DI STORIA PATRIA , Tip. “La Modernissima” 1963 - del Can. Pietro Serio, giudicata dal Dott. Teodoro Pellegrino, Direttore della Biblioteca Provinciale di Lecce, senza esitazione tra le migliori scritte sulla nostra Terra d’Otranto, si cita un fatto interessante riguardo al Brigantaggio.

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Vi è una nota, a pag. 314


Cito testualmente:
Nota. Il giorno dopo l’esecuzione di morte di quegli undici disgraziati, dei quali cinque di Campi, il Lupinacci fece nota una disposizione con cui per grazia sovrana essi venivano resi liberi. Ma pare che il Lupinacci conoscesse anche prima una tale concessione e la tenne celata allo scopo di vendicarsi della loro lunga ed insistente resistenza, la cui resa gli era costata stenti e sangue.
[img][/img]
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